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Heidenau, le pietre che restano: la memoria tedesca non si lascia intimidire

A Heidenau, cittadina della Sassonia a pochi chilometri da Dresda, il consiglio comunale ha approvato una mozione che chiude la porta alla posa di nuove Stolpersteine sulle strade e sui marciapiedi pubblici. Il testo, presentato insieme da consiglieri della CDU, dell’AfD e della lista civica locale Bündnis Oberelbe für mehr Demokratie, è passato con tredici voti favorevoli, sei contrari e un’astensione, in uno scrutinio segreto che la dice lunga sull’imbarazzo di chi lo ha sostenuto. D’ora in avanti, secondo i promotori, la commemorazione delle vittime del nazismo dovrà concentrarsi in un’area dedicata nel cimitero cittadino: fuori dai passi quotidiani della gente, fuori dagli occhi di chi cammina distrattamente per la propria città.

C’è, in tutto questo, un elemento che rende la mozione ancora più stridente nella sua sproporzione: a Heidenau le Stolpersteine esistenti si contano sulle dita di una mano — tra loro quella dedicata a Paul Gröger, ex sindaco della città. Non risultano richieste pendenti per nuove pose, né una fila di famiglie in attesa di veder ricordato un proprio caro. La mozione, insomma, non risolve alcuna emergenza reale: non c’era una imminente proliferazione di pietre da arginare, non c’era una domanda sociale a cui rispondere. Ciò che viene vietato, di fatto, è quasi un’ipotesi. E proprio per questo la scelta assume un significato tanto più simbolico quanto più inutile sul piano pratico: una polemica costruita a tavolino, il cui unico effetto concreto è politico — normalizzare, ancora una volta, la collaborazione istituzionale tra conservatori e estrema destra su un terreno che dovrebbe restare, in Germania, sottratto a ogni negoziazione.

Non è la prima volta che l’AfD manifesta insofferenza verso i luoghi della memoria diffusa. Ma questa volta la sua proposta ha trovato la sponda della CDU, generando una reazione durissima e trasversale. Il Comitato Internazionale di Auschwitz ha parlato apertamente di scandalo, definendo il provvedimento un tentativo meschino di allontanare ancora una volta le vittime dagli spazi centrali della vita pubblica. Anche la stessa CDU sassone, attraverso la ministra federale dell’istruzione Karin Prien, ha preso le distanze da un divieto generalizzato, ribadendo che le pietre d’inciampo restano una forma legittima e preziosa di commemorazione.

È bene dirlo con chiarezza: la cultura della memoria in Germania è un edificio solido, costruito in decenni di lavoro storico, pedagogico e civile, e non si lascia scalfire da un voto di consiglio comunale, per quanto odioso. Le Stolpersteine di Gunter Demnig, quasi centomila in tutta Europa, sono un dispositivo pedagogico che riporta la storia nel luogo esatto in cui si è consumata, sotto i piedi di chi vive oggi in quelle stesse case, in quelle stesse strade. È proprio questa prossimità fisica, questo “inciampare” involontario nella Memoria, a renderle uno degli strumenti più efficaci mai pensati per l’educazione storica diffusa: non un museo da visitare per scelta, ma un incontro che si impone senza preavviso. Relegarle al cimitero significa esattamente l’opposto: restituire le vittime a uno spazio separato, previsto, evitabile.

Ma sarebbe un errore leggere questo episodio come un segnale di ritorno dell’antisemitismo di massa in Germania. Il vero pericolo, oggi, ha altri connotati e altri bersagli. Non sono più principalmente gli ebrei a subire l’ostilità più diffusa e concreta: sono i migranti, i richiedenti asilo, le persone razzializzate, il bersaglio quotidiano di un discorso pubblico sempre più aggressivo, di cui l’AfD è oggi il principale megafono istituzionale. La strumentalizzazione della memoria della Shoah – da un lato negata nei suoi luoghi fisici, dall’altro talvolta persino invocata a sproposito per giustificare politiche di chiusura – convive con un razzismo che si esercita, molto concretamente, sui corpi e sulle vite di chi arriva oggi in Germania.

Non si può comprendere quanto accaduto a Heidenau senza guardare al contesto in cui matura: quello della Germania orientale post-DDR, dove il consenso dell’AfD raggiunge le percentuali più alte del paese, come dimostrano i risultati elettorali in Sassonia-Anhalt e negli altri Länder orientali. È una realtà che affonda le radici in decenni di storia diversa da quella occidentale: una memoria pubblica dell’antifascismo di Stato che, paradossalmente, ha spesso schiacciato l’elaborazione individuale e critica della colpa, sostituendola con una retorica ufficiale che pochi hanno realmente interiorizzato. I dirigenti locali dell’AfD, anche quelli troppo giovani per aver vissuto direttamente la DDR, sono cresciuti in famiglie e comunità che quella temperie l’hanno respirata, trasmessa, sedimentata in abitudini culturali e diffidenze verso l’Ovest, verso il pluralismo, verso una elaborazione della memoria vissuta come imposizione esterna piuttosto che come processo condiviso.

Detto questo, la Germania resta un paese che ha costruito, sin dal 1968 e meglio di quasi ogni altro, gli anticorpi della propria democrazia. La reazione a Heidenau lo dimostra: la condanna è arrivata immediata, trasversale, istituzionale, dalle stesse file della CDU nazionale, dal Cancelliere Friedrich Merz in primis, fino alle organizzazioni internazionali della memoria. Un consiglio comunale di una piccola città sassone può votare una mozione di tale aberrazione; ma non può, da solo, cancellare settant’anni di Vergangenheitsbewaltigung (fare i conti con il passato), di lavoro critico sul passato, di educazione alla responsabilità storica che permea le scuole, le istituzioni, la cultura pubblica tedesca. Le Pietre d’inciampo esistenti restano al loro posto. E la memoria, quella vera, continuerà a camminare – letteralmente – per le strade d’Europa.

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